domenica 29 gennaio 2012

La Testimonianza di Liliana Segre

Per chi, ieri sera, non è potuto intervenire alla Giornata della Memoria




La testimonianza di Liliana Segre


Avevo 13 anni nel 1943 e conoscevo da cinque la persecuzione, perché una sera di fine estate del 1938, cinque anni prima, mio papà mi spiegò con dolcezza che non avrei più potuto andare a scuola, in via Ruffini, poiché ero una bambina ebrea e c’erano delle nuove leggi che mi impedivano di continuare la mia vita come prima. Eravamo diventati cittadini “di serie B”. Cominciò una nuova vita, una nuova scuola; sentivo crescere le preoccupazioni, vedevo i visi dei miei familiari intristiti, a volte umiliati da situazioni che non mi venivano spiegate, ma che io intuivo dolorosamente.
Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca dell’Italia settentrionale, furono le leggi di Norimberga a condannarci. Mio papà decise di mettermi in salvo: mi procurò documenti falsi e mi affidò ad amici eroici che rischiarono la vita per nascondermi. Allora lasciai per sempre la mia casa e i miei nonni. Dopo qualche tempo mio papà ed io cercammo di fuggire in Svizzera. Eravamo in balìa di contrabbandieri esosi e senza scrupoli. Con grande fatica passammo il confine sulle montagne dietro a Viggiù e arrivammo in Svizzera.

Il sogno durò poco: pochi passi in un bosco e ci imbattemmo in una sentinella che ci accompagnò al vicino comando. Là un ufficiale svizzero-tedesco non volle sentire né ragioni, né suppliche e ci rimandò indietro. A 13 anni entrai da sola nel carcere di Varese, piangendo disperatamente. Poi fui a Como; poi a Milano, a San Vittore. Qui ero con mio papà. Il quinto raggio era destinato ai prigionieri ebrei: tutti ammassati in attesa della deportazione annunciata. Guardavo piazza Aquileia dietro i finestroni schermati.
Alla fine di gennaio un implacabile appello scandì anche i nostri nomi. Caricati su un camion, attraversammo Milano e fummo portati alla Stazione Centrale, dove nel sotterraneo era pronto per noi un treno merci. Fummo fatti salire a calci e pugni e piombati nei vagoni. Il viaggio durò una settimana. Eravamo ammassati l’uno sull’altro; un secchio per gli escrementi e un po’ di paglia per terra, senza né luce, né acqua.
All’alba del 6 febbraio il treno si fermò ad Auschwitz. Ricordo il rumore osceno e assordante degli assassini intorno a noi, i fischi, i latrati; ricordo i comandi e ricordo quando fui separata per sempre da mio papà. Con altre 30 ragazze italiane, spaurite, stupite da questo destino, entrammo nel grande lager femminile di Birkenau. Era una città fantasma: una distesa senza fine di baracche spaventose. Il primo giorno fummo denudate, rapate a zero e ci fu tatuato un numero sul braccio. Questo numero sostituiva allora il nostro nome, ma è diventato negli anni una parte di me; si identifica per me con il dolore puro, con il violento cambiamento di ruolo che dovetti subire, da figlia a ragazzina disgraziata e sola in un lager.
Imparai in fretta che lager significava morte, fame, freddo, botte, punizioni; significava schiavitù, umiliazioni, torture, esperimenti.
Fui mandata a lavorare in una fabbrica di munizioni che non si fermava mai, perché lavorava per la guerra. Ci facevano marciare cantando fino alla fabbrica e ritorno, al suono della orchestrina delle prigioniere violiniste. Sentivamo sulla strada dei rumori familiari: suono di campane, di aerei di passaggio, ma eravamo dimenticati dal mondo fuori dal campo. Se incrociavamo dei giovani della Hitlerjugend, questi ci sputavano addosso e ci insultavano.
Le sorveglianti donne erano ancora più crudeli degli uomini; avevano potere di vita e di morte sulle prigioniere e si scatenavano su di noi con ingiustificata violenza. Vivevo con una incessante paura, mi chiudevo sempre di più in me stessa, cercando di essere invisibile. Sul mio corpo di adolescente la pelle era cascante e le ossa sporgevano da tutte le parti. Non sapevamo che giorno e che ora fosse, non potevamo avere notizie di nessun genere. Vivevamo in assoluta promiscuità, senza rimanere un attimo sole. Dormivamo in 5, 6 per giaciglio, utilizzando i nostri zoccoli come cuscino. Ci servivamo dei gabinetti in 20, 30 contemporaneamente e, senza un cucchiaio, dovevamo inghiottire a sorsate, come animali, la zuppa orrenda che ci veniva data una volta al giorno. La lotta per la sopravvivenza era senza quartiere: le prigioniere affamate e disperate avrebbero fatto qualunque cosa per un pezzo di pane. Passavano i mesi e noi obbedivamo ciecamente agli ordini, poiché volevamo vivere. Cercavamo di non perdere almeno il nostro cervello. Io tentavo di sdoppiarmi, immergendomi in un mondo irreale e mi sforzavo di non vedere e di non sentire. Di non vedere i cadaveri nudi e scheletriti, ammucchiati in attesa di essere bruciati; di non vedere le punizioni, la fiamma del camino, la neve sporca, i fili spinati percorsi da corrente elettrica. Di non sentire di notte le grida, i fischi, i comandi urlati; i racconti delle altre prigioniere sulle atrocità viste o subite.
Alla fine del gennaio 1945, con l’avvicinarsi dei russi, il campo fu in parte distrutto dai nazisti in fuga e tutti i prigionieri in grado di muoversi furono evacuati verso altri campi. Fui avviata con altre disgraziate come me, a piedi, sulle strade della Germania. Non mi voltavo a guardare le compagne che cadevano e che venivano finite con una fucilata alla testa. Andavo avanti e comandavo alle mie gambe di camminare. La strada era disseminata di morti senza tomba. Ci buttavamo sugli immondezzai e ci riempivamo come pazzi di qualunque cosa. Arrivai al campo di Ravensbrück e poi ancora altri campi, fino alla primavera del 1945. Vive per miracolo, scheletri senza parvenza di femminilità, vedemmo fuggire i nostri aguzzini e giungere gli americani da una parte e i russi dall’altra. Eravamo testimoni della Storia che cambiava sotto i nostri occhi, sconvolte, stanchissime ed emozionate.
Tornai a Milano dopo mesi, quando gli americani riuscirono a organizzare il rientro, dopo averci diviso per nazionalità. Nell’agosto del 1945 arrivai, in un camion americano in piazza Cadorna. Mi avviai alla mia casa di corso Magenta per vedere se c’era qualcuno dei miei, ma le finestre rimasero chiuse per sempre.

Liliana Segre, nata e cresciuta a Milano, deportata e sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz

venerdì 27 gennaio 2012

Giornata della Memoria


Iniziativa 21058 ed ANPI
organizzano oggi



Venerdì, 27 Gennaio 2012 alle ore 21

al Centro SocioCulturale di Via Patrioti a Solbiate Olona,

in occasione della

Giornata della Memoria

 
La visione del film HOTEL MEINA di Carlo Lizzani

La serata sarà introdotta da un video con la testimonianza di 



Liliana Segre, nata e cresciuta a Milano, deportata
e sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz 

"Spaventa il pensiero di quanto potrà accadere tra una ventina d’anni, quando tutti i testimoni saranno spariti. Allora i falsari avranno via libera: potranno affermare o negare qualsiasi cosa". (Primo Levi) 



giovedì 26 gennaio 2012

La Storia da ricordare

"Hotel Meina. La prima strage di ebrei in Italia" di Marco Nozza


"Spaventa il pensiero di quanto potrà accadere tra una ventina d’anni, quando tutti i testimoni saranno spariti. Allora i falsari avranno via libera: potranno affermare o negare qualsiasi cosa". (Primo Levi)
 
Fine estate del ‘43, sul lago Maggiore. Le ville sono aperte, le case tutte affittate e gli alberghi pieni di gente. Giochi, musiche e intrattenimenti attorno a uno specchio d’acqua lussureggiante ed accogliente, per gli sfollati benestanti dalle città sulle quali piovono le bombe. Un luogo sospeso che sembra lontano dalla guerra, nonostante il razionamento e il coprifuoco.
Sul lago Maggiore vivono anche famiglie di ebrei: italiani e stranieri rifugiati e sfuggiti alle persecuzioni razziali di Adolf Hitler; e molte sono facoltose. Mercoledì 8 settembre, la notizia dell’armistizio: gli ebrei italiani gioiscono, quelli stranieri non ci riescono. Temono le reazioni dei tedeschi: loro hanno già visto cosa hanno fatto nei paesi da cui provengono. Sanno di Varsavia, di Salonicco dove la popolazione ebraica è stata decimata e deportata, ma gli ebrei italiani non ci vogliono credere e sono certi che nel loro paese ciò non potrà accadere. Il 15 settembre giunge a Baveno la Leibstandarte Adolf Hitler, la divisione SS, creatura e vanto del Führer, e tutto cambia in una manciata d’ore. Marco Nozza racconta in Hotel Meina la prima strage di ebrei in Italia. Il luogo: Arona, Baveno Stresa e Meina; il tempo tra il 15 e il 23 settembre del ‘43. Chiusi, imprigionati in un albergo. Prelevati dalle loro case. Derubati di tutti i loro averi, gli ebrei del lago Maggiore sono donne, uomini, vecchi e bambini che vengono presi, trucidati e buttati nelle acque del lago.
Nozza scrive delle due settimane che vanno dal giorno dell’armistizio, l’8 settembre, a quello della proclamazione della Repubblica di Salò, il 22 settembre. Con un montaggio alternato passa da una piccola storia di morte, 54 ebrei scomparsi, che si consuma nella tranquillità di un luogo di vacanza, ad una storia più ampia che accade contemporaneamente: Mussolini in Austria, l’incontro con Hitler, e la nascita della Repubblica di Salò. Intanto in Italia si concentrano le truppe tedesche e in quei giorni anche le montagne del cuneese conoscono la cieca violenza nazzifascista: a Boves, 45 cittadini trucidati e 350 case incendiate, e a Borgo San Dalmazzo,in una filanda abbandonata, il primo campo di concentramento dove quattrocento ebrei, scappati dalla Francia, vengono rinchiusi per essere rimpatriati e poi da lì tradotti ad Auschwitz. I fatti del lago Maggiore diventano il primo atto; una prova generale di quella che sarà la persecuzione degli ebrei in Italia: per un patto di fedeltà ai tedeschi che Mussolini farà per garantirsi la continuità, cedendo all’alleato nazista gli ebrei italiani e i rifugiati, da trucidare e deportare per la soluzione finale.
Hotel Meina di Marco Nozza è un libro inchiesta secco e forte a cui non mancano passaggi di spessore letterario. Nozza rende molto bene la contemporaneità dei fatti, senza cedere nulla alla fantasia, attraverso una ricostruzione minuziosa fatta delle voci di coloro che in quei giorni hanno vissuto, visto e sentito. Sono le voci dei testimoni raccolte da Eloisa Ravenna direttrice del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, una delle figure importanti che consentirono l’istruzione del processo che si svolse nel 1968 ad Osnabruck. Un processo che si concluse con la condanna all’ergastolo di tre ex SS, tutti bravi padri di famiglia e incensurati, che due anni dopo, in un grado successivo, furono assolti e tornarono alle loro occupazioni: dirigente della coc-cola, maestro elementare e rappresentante.
Nozza contestualizza la storia in una serie di accadimenti più ampi, fa incursioni in altri luoghi, come le pagine che dedica ai fatti Salonicco. Le fonti per l’inchiesta sono diverse. Oltre al prezioso lavoro della Ravenna, Nozza raccoglie le deposizioni per l’istruttoria, i documenti dell’epoca: lettere, diari, documenti pubblici, rassegne stampa, registrati radiofonici a cui aggiunge i testi di autori e storici che si sono occupati del periodo. A questo riguardo è interessante lo studio citato di Michele Sarfatti sulla ridotta disponibilità di accoglienza da parte della Svizzera nei confronti degli ebrei che cercavano di passare il confine. E va oltre, si pone domande e cerca risposte, analizza i fatti e indaga le ragioni sino ad arrivare all’atteggiamento dalla Germania federale nei confronti dei criminali nazisti: la loro impunità, in piena guerra fredda e il ruolo svolto dagli industriali tedeschi.

Un libro per non dimenticare, un libro per conoscere.

Articolo di Fabrizia Centola - Pubblicato giovedì 4 febbraio 2010 

lunedì 23 gennaio 2012

La strage degli ebrei dell’Hotel Meina




Meina è una ridente cittadina del lago Maggiore, confinante con Arona e sede, da tempo, di molte
ville in cui personaggi importanti hanno trascorso in assoluta riservatezza i loro momenti di riposo,
ma che è stata nel XIX secolo anche un centro industriale di una certa importanza. All’ingresso del
paese, dove una volta sorgeva il porto, c’è un albergo, oggi fatiscente, carico di tristi ricordi: quando
ancora si chiamava “Hotel Meina” ed apparteneva alla famiglia Behar, nel 1943, divenne il luogo in
cui fu compiuta una delle prime stragi di ebrei civili in Italia. L’Hotel Meina era un albergo di




prima qualità: un giardino che dava sul lago, l’imbarcadero dei battelli proprio a due passi, come la
strada statale, una sala da biliardo, una per giocare a carte. Anche la cucina era ottima, tenuto conto
del razionamento. Nel settembre del 1943 gli ospiti erano un centinaio: da quando la Casa editrice
Mondadori, a causa dei bombardamenti, aveva trasferito gli uffici ad Arona, non erano pochi i
dirigenti che vivevano nell’albergo. Con essi, alloggiavano all’Hotel Meina anche alcune famiglie
di ebrei greci fuggiti appena in tempo da Salonicco: la famiglia Fernandez Diaz, composta dal
nonno Dino, da suo figlio Pierre, da sua moglie Liliana e da Jean, Robert e Brachette, i loro figli; la
famiglia Mosseri, composta dai coniugi Marco ed Ester e dal figlio Giacomo Renato e sua moglie
Odette; infine, la famiglia Torres, composta dai coniugi Raoul e Valerie. Arrivava da Salonicco
anche Daniele Modiano, mentre gli altri tre ebrei vittime del razzismo nazista furono Lotte
Froehlich, moglie dello scrittore Mario Mazzucchelli e due dipendenti del negozio milanese di
antiquariato del proprietario dell’albergo, Alberto Be har, che si trovavano a Meina per caso, come
aiutanti tuttofare nell’albergo: Vitale Cori e Vittorio Haim Pompas.


Quando il 15 settembre 1943 le SS si presentarono all’Hotel Meina, andarono a colpo sicuro:
qualcuno li aveva avvisati della presenza di ebrei nell’albergo. Non si trattava di nazisti qualunque:
facevano parte della divisione corazzata Leibstandarte “Adolf Hitler”, di ritorno dalla Russia, erano
soldati spesso giovanissimi, spietati e “specializzati nella strage all’ebreo”. Dopo avere occupato
l’Hotel, ordinarono a tutti gli ospiti di ritirarsi nelle loro camere e poi, individuati gli ebrei, li
portarono all’ultimo piano. Catturarono anche il proprietario e la sua famiglia, ebrei, ma turchi.
Poiché i Behar ospitavano nella loro abitazione meinese, villa Novecento, il console turco (la
Turchia era in quel momento neutrale), questi intervenne per liberarli ed essi, dopo avere pagato
una penale in denaro per avere ospitato degli ebrei, scamparono al massacro, pur divenendone
impotenti testimoni. L’occupazione dell’Hotel durò fino al 23 settembre, una settimana di agonia di
cui tutto il paese fu in qualche modo testimone: una strage che si differenziò dalla altre compiute
sulle rive del Verbano (ad Arona, Baveno, Stresa, Mergozzo, Orta, Pian Nava e Intra), per le quali
si cercò la massima segretezza. Gli ospiti dell’Hotel avevano molti amici a Meina e ad Arona, che
cercarono di mettersi in contatto con loro, di mediare. Ad alcuni fu consesso un lasciapassare e
poterono incontrarli un’ultima volta, pranzare con loro, raccogliere confidenze, alcuni ricevettero
anche gioielli e valori da mettere in salvo. Il 17 settembre il clima era così “disteso” che le SS più
giovani giocarono con i ragazzi Fernandez Diaz. Il giorno seguente, un cupo silenzio e un tangibile
nervosismo presero il posto del rumoroso via vai dei giorni precedenti. In tarda serata due individui
cercarono di allontanare dall’albergo il proprietario, che fu salvato dall’intervento del vice console
turco Dian Danish, che alloggiava in Hotel. Nei giorni successivi la situazione peggiorò. Il 22 fu
vietato agli ebrei di scendere al pianterreno e di passeggiare nel corridoio del quarto piano.
Dovevano restare nelle loro camere e tenere le porte chiuse. Dopo cena, il capitano Krüger
annunciò a voce alta, perché tutti gli ospiti ariani sentissero, che gli ebrei presenti nell’albergo
dovevano essere trasferiti, per ordine del comando delle SS di Baveno, in un campo di
concentramento che distava 150-200 KM da Meina, che i “detenuti” sarebbero stati trasferiti con
un’automobile privata a piccoli gruppi e che per tutto il tempo del trasferimento degli ebrei gli altri
ospiti dovevano restare nella sala da pranzo o, meglio, nelle loro camere, in modo da evitare
qualunque contatto con loro. I primi quattro ad essere prelevati furono Marco ed Ester Mosseri,
Lotte Froehlich, Vitale Cori. Furono fatti salire su una camionetta, non su un’auto privata, che
rientrò in albergo all’una di notte: era passato troppo tempo per un interrogatorio ad Arona, troppo
poco per un trasferimento nel fantomatico campo di concentramento. Il secondo gruppo scelto dalle
SS era composto da due coppie di sposi: i Mosseri e i Fernandez Diaz. Allontanandosi, Marco e
Liliana Fernandez Diaz abbracciarono i tre figli e il nonno. La camionetta, dopo averli caricati, si
allontanò in direzione di Arona. Alle tre del mattino del 23 settembre, le SS tornarono in albergo,
dove si era ballato tutta la notte, forse per occultare il rumore degli spari che Adriana Galliani,
fidanzata di Vittorio Haim Pompas disse poi di avere udito in diversi momenti. Vittorio Haim
Pompas insieme a Daniele Modiano e Raoul e Valerie Torres fu inserito nel terzo gruppo portato
verso Arona. La destinazione dei “detenuti” fu chiara il mattino del 23 settembre. I Tedeschi
avevano portato gli ebrei poco distante, alla Casa Cantoniera in località Pontecchio e dopo averli
fucilati li avevano gettati nel lago con sassi legati al collo per impedirne il riaffioramento, che
puntualmente si verificò e permise agli abitanti di Meina di conoscere la verità. Le SS allora
raggiunsero i cadaveri con una barca e li colpirono con le baionette per affondarli una volta per
tutte. Per tutto il giorno i ragazzi Fernandez Diaz restarono affacciati al terrazzo, chiedendo ai
passanti, che cercavano di rassicurarli, notizie sui loro genitori. Alle 22 furono prelevati con il
nonno: nessuno ebbe dubbi sulla loro sorte, quando la camionetta partì verso Arona.
La strage di Meina è uno degli episodi più terribili dell’occupazione nazista in Italia,
oltre che dei più ignorati. Nel 1968 ad Osnabrück fu celebrato un processo in cui i Behar si costituirono parte civile: due ufficiali furono condannati all’ergastolo, ma nel 1970 una sentenza della Corte suprema
di Berlino cancellò tutto, perché i reati erano da considerare caduti in prescrizione. In Italia non s’è
mai fatto un processo. Nessuno ha pagato per quei sedici morti. Ma c'è chi non ha dimenticato e da
anni racconta la verità: «I giorni di Meina hanno segnato nella mia vita - scrive Becky Behar - un
trauma perenne: non sono più stata la stessa, perché non è il fatto di essere sopravvissuto che ti
può dare pace».

Bibliografia di riferimento:
La strage dimenticata, atti dell’omonimo convegno, Interlinea, Novara, 2003
Enrico Massara, Antologia dell’Antifascismo e della Resistenza Novarese, Novara, 1984
Marco Nozza, Hotel Meina. La prima strage di ebrei in Italia, Mondadori, 1993

martedì 17 gennaio 2012

Quell’illusione di dominare il mare...e non solo

Dalla prima pagina di Repubblica, in un fondo dal titolo “Quell’illusione di dominare il mare e un capitano che sembra Lord Jim (in riferimento al personaggio del libro di Joseph Conrad),



l’autore de “La vera storia del pirata Long John SilverBjörn Larsson afferma: ”Un capitano non è purtroppo al riparo dal panico, dal senso di inadeguatezza rispetto alla prova che deve affrontare. Lord Jim è solo il primo ufficiale ma anche lui è un marinaio e scappa dalla sua imbarcazione mentre sta naufragando. Ma nessun uomo di mare può permetterselo. E questo vale anche per il comandante della Costa Concordia, se mai ha avuto una coscienza”.


martedì 10 gennaio 2012

Chi era Alexis Weissenberg ?

È morto due giorni fa il pianista scelto da Herbert von Karajan per la Filarmonica di Berlino, che venne salvato da un campo di concentramento grazie alla sua musica.


Alexis Weissenberg è morto a Lugano. Aveva 82 anni, era malato (Parkinson) ed è stato un grande pianista, scelto come solista nel 1967 nella Filarmonica di Berlino, diretta a quel tempo da Herbert von Karajan. Weissenberg è oggi considerato dalla critica come uno dei maggiori interpreti del XX secolo di Rachmaninoff e della musica romantica.
Nacque nel 1929 a Sofia e tenne il suo primo concerto all’età di 10 anni. Era ebreo e quando scoppiò la seconda guerra mondiale fuggì con la madre dalla persecuzione nazista. Durante un viaggio in Turchia fu catturato dai tedeschi e internato in un campo per tre mesi. Fu la musica a salvarlo: il soldato che ascoltava Weissenberg suonare Schubert con una fisarmonica, decise di aiutarlo a scappare e, con la madre, lo fece salire su un treno diretto a Istanbul.
Nel 1943 Weissenberg entrò nell’Accademia di musica di Gerusalemme e nel 1946 si trasferì a New York dove si perfezionò alla “Julliard School” con Olga Samaroff, pianista e critica musicale. Il suo debutto avvenne nel 1947 con la Philadelphia Orchestra diretta da Georg Szell, eseguendo il Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra di Rachmaninoff. Fu Vladimir Horowitz a spingerlo a partecipare al Leventritt Prize, importante concorso pianistico che Weissenberg vinse nel 1947 suonando a partire da quel momento con i più grandi direttori d’orchestra del mondo. Negli ultimi anni della sua vita si dedicò all’insegnamento dando corsi di perfezionamento di pianoforte e fondando un Master Class Piano a Engelberg, in Svizzera

venerdì 6 gennaio 2012

L' Epica Avventura del Ciclocross a Solbiate Olona


ARCHIVIO STORICO LUCE

Il portale della Memoria Italiana

L'Archivio Storico Luce è la più grande raccolta di documenti audiovisivi della Storia d'Italia. Un inestimabile patrimonio di documenti originali a disposizione di tutti.

100.000 servizi di cinegiornali, 10.000 documentari e 350.000 fotografie in libera consultazione. Altre 6000 ore e 2.500.000 fotografie in corso di catalagazione e digitalizzazione. 






Nei seguenti link potete rivivere l' epica avventura del Ciclocross a Solbiate Olona


Cinegiornali "Cinesport Ciac"
immagine Ciclocross: Gran Premio di Solbiate Olona 16/02/1956

Cinegiornali "Settimanale Ciac"
immagine Solbiate Olona - gara di ciclocross 1986

Cinegiornali "Caleidoscopio Ciac"
immagine Sport. Solbiate Olona: Ciclocross 16/01/1964 




immagine Obbiettivo sulla cronaca. Solbiate Olona - ciclocross 28/01/1981



La mitica "Scaletta"

che  ha partecipato anche all' iniziativa del FAI: I Luoghi del Cuore

Il sito ufficiale della nuova edizione 50+8 del Ciclocross organizzato dal GS Solbiatese su Valleolona.com



Concorso di Disegno e Fotografia: Gli amici, la bicicletta e la Valle Olona

G.S.SOLBIATESE               ASSOCIAZIONE SPORTIVA DILETTANTISTICA              STELLA C.O.N.I.    per meriti sportivi        ...