sabato 3 novembre 2012

2050 Pedalare nel Parco di Solbiate della Città Infinita




...Oggi ho deciso di ripercorrere i 160 km di piste ciclabili, prati e boschi che attraversano da est a ovest la città infinita, ci impiegherò un po’ di tempo, ma mi serve. Lo faccio tutte le volte che ho bisogno di sentirmi più europeo, perché posso prendere la bicicletta e pedalare per ore e ore immerso nel silenzio, come potrei fare in molti altri territori d’Europa; lo faccio tutte le volte che ho bisogno di sentirmi a casa, perché solo sostando in queste pause che segnano il denso tessuto edificato mi sembra di abitare. E lo faccio anche quando ho bisogno di nutrirmi di bellezza. Come venti anni fa, prendo la bicicletta e mi abbandono a un lento pedalare tra spazi aperti silenziosi. Seduto ai bordi di un prato, una stanza a cielo aperto definita da siepi e filari, il mio sguardo si posa su quei boschi che nel 2030 si stavano ancora prefigurando. In origine uesti boschi, ma anche questi filari, queste siepi e lo stesso prato su cui sono seduto, nacquero per lo più su impianto artificiale come parte integrante del progetto infrastrutturale dell’APL. Oggi sono percepiti, più o meno esplicitamente, come “natura spontanea”, anche se in realtà non sono mai stati tali, ma rappresentano una delle componenti territoriali di questa parte di mondo densamente abitato e, appunto, dagli umani configurato. Un paesaggio. Mi piace percorrere questa infrastruttura ecologica, perché mi sento all’interno del ventre verde della mia città e posso così coglierne l’intimo battito. I boschi, i prati, i filari, le
siepi e i percorsi ciclabili che la compongono sono riusciti a diventare parte integrante dei caratteri identitari della nostra città. Gli abitanti se ne sono impossessati colonizzandoli con piccole attrezzature per lo svago e lo sport, adibendo i prati anche a pascolo e sfruttando i boschi come cedui; hanno iniziato ad averne cura presidiando queste aree, scampate all’inarrestabile consumo di suolo. Per chi vi abita, ma anche per quanti li incontrano percorrendo le rotte ciclabili che attraversano l’Europa, questi luoghi sono qualcosa di
veramente prezioso e unico. Qui, «nella Città Infinita la vita è concepita come un susseguirsi di progetti dove l’essenziale è sviluppare attività, vale a dire non essere mai a corto di progetti, a corto di idee, avere sempre qualcosa in vista, in preparazione [...]», all’interno di un tempo infinito fatto di istanti temporalmente limitati; in questi parchi, in questi spazi silenziosi c’è il tempo dell’attesa, la materializzazione dei tempi lenti dei processi naturali e antropici che nel loro divenire sono riusciti a conferire una nuova identità a questa città. Perché, come ci ricorda Cacciari, non si abita dove si dorme, si mangia, dove si guarda la televisione e si
gioca con il computer di casa: il luogo dell’abitare è dove sostiamo; è pausa; è analogo al silenzio in una partitura. E non si dà musica senza silenzio.


In Italia siamo spesso indotti a dubitare che esista ancora lo spazio per quel potenziale latente del progetto territoriale di diventare elemento significante nei confronti delle nostre vite. O meglio, siamo portati a credere che sullo sfondo delle difficoltà burocratiche, politiche e amministrative che condizionano il processo di realizzazione delle opere civili siano state accantonate quelle capacità di coniugare sviluppo economico, tecnica e conoscenza del territorio capaci di produrre risultati di qualità. In particolare, i grandi progetti infrastrutturali mettono in risalto una sorta di afasia e paralisi generale. Ma non è solo l’agire individuale locale a essere senza parole, anche quello collettivo, sia pubblico sia privato, sembra trincerare le proprie logiche dietro la necessità di quegli stessi apparati tecnici e istituzionali regolativi che riconosciamo causa della nostra incapacità di attivare azioni in grado di produrre luoghi di qualità realmente necessari al buon vivere quotidiano.
L’esempio della Pedemontana con i parchi ci parla di un’altra storia possibile: un grande intervento infrastrutturale che diventa occasione di riorganizzazione paesistica e ambientale del territorio e aspira ad avviare un processo di riqualificazione degli spazi aperti dell’estesa conurbazione che attraversa, ridando senso e significato alla natura e alla campagna e, al tempo stesso, delineando nuove condizioni di urbanità, nuovi mondi possibili. Nella speranza che tutto questo non vada perduto, nella consapevolezza dei limiti che permangono nel progetto, nella situazione non certo felice in cui versa il nostro paese, vale la pena ricordare un motto di San Paolo: spes contra spem. Abbiamo il doveredi continuare a sperare, anche se spesso ci sembra che non ci sia più speranza.

di Emanuel Lancerini, Architetto e Dottore di Ricerca in Urbanistica all' Università di Venezia
http://www.scribd.com/doc/111986931/Pedemontana-Con-Parchi

Speriamo che il Parco di Solbiate non venga cancellato
http://iniziativa21058.blogspot.it/2012/10/cancellato-il-progetto-parco-di-solbiate.html

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