venerdì 12 febbraio 2016

Il nuovo Super Ministro dell' Economia europeo: Alessandro Manzoni

L’Italia non è Paese che brilli per la cultura economica diffusa. Eppure al liceo siamo obbligati a leggere «uno dei migliori trattati di economia politica che siano mai stati scritti». Questo pensava Luigi Einaudi dei Promessi sposi... soprattutto alle prime pagine del capitolo dodicesimo, che al liceo si sfogliano velocemente («ho l’impressione che sia saltato di piè pari dagli scolari»). Quelle dedicate al tumulto di San Martino sono «pagine stupende sui pregiudizi popolari intorno alla scarsità ed alla abbondanza del frumento e della farina, agli incettatori e ai fornai». Einaudi le cita più d’una volta, sia in saggi di tenore scientifico, sia nei suoi articoli di giornale. In parte, ciò avviene proprio per la grande passione divulgativa di Luigi Einaudi: ma non gli serviva soltanto una storia da usare a mo’ di parabola... così scrive Alberto Mingardi su La Stampa


La ricerca dell’untore 
Manzoni era un cultore della scienza economica, se n’era appassionato. Da ragazzo, a Parigi, aveva frequentato gli Ideologi: il cui principale esponente era Destutt de Tracy, autore di un trattato d’economia politica che Thomas Jefferson volle tradurre in inglese e amatissimo da Francesco Ferrara, vero padre dell’economia in Italia.

Cosa c’è di tanto importante, nel dodicesimo capitolo dei Promessi sposi, da metterlo idealmente fianco a fianco con La ricchezza delle nazioni di Adam Smith? Manzoni descrive l’atteggiamento dei milanesi innanzi alla penuria del pane a Milano e spiega come faccia a nascere «un’opinione ne’ molti, che non ne sia cagione la scarsezza». Comprendere i fenomeni sociali è sempre difficile: le cause sono remote, difficilmente riconducibili a singoli eventi, e men che meno a singole persone. Eppure, anche per il pane che manca, scatta lo stesso meccanismo psicologico entrato in gioco per la peste. Si cerca l’untore.

I danni del calmiere 
«Si suppone tutt’a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che non stanno né in cielo, né in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza». La folla chiede a gran voce provvedimenti, pronta a tutto fuorché ad accettare un rincaro che, spiega Manzoni, sarebbe «doloroso ma salutevole». La soluzione alla crisi, scrive altrove nel romanzo, sarebbe proprio un’importazione sufficiente di granaglie estere, ostacolata dalle «leggi stesse tendenti a produrre e mantenere il prezzo basso». Il calmiere abbassa il prezzo del pane oggi, per garantirci che non se ne sforni domani.

Non è un caso se Einaudi rammenta la lezione del Manzoni nel 1919 («La lotta contro il caro viveri») e poi in articoli successivi, alla fine degli Anni Trenta, quando si va dispiegando la piena «fascistizzazione» dell’economia. Momenti straordinari portano a invocare sforzi straordinari. Peccato che «tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, né di far venire derrate fuor di stagione».

Fissare i prezzi frena la «speculazione». Se può apparirci poco commendevole che chi ha acquistato grano in tempi di vacche grasse lo rivenda a caro prezzo durante una carestia, così facendo egli svolge una funzione doppiamente utile. Da una parte, è meglio aver pane a caro prezzo che non averne. Dall’altra, cercando di praticare il prezzo più alto che può, attrarrà altri (per esempio: importatori di grani), la cui presenza ha l’effetto di abbassarlo di nuovo, il prezzo. In tal modo, ricorda Einaudi, «i prezzi, senza calmieri, senza processi, senza comizi, senza adunanze in prefettura (…) capitomboleranno e la vita tornerà a buon mercato».

Grazie agli speculatori 
Lo speculatore cerca di traguardare il futuro, fa profitto in misura delle sue diottrie: ma, così facendo, aiuta anche noi a vederci meglio.

Non si pensi che Manzoni, e Einaudi con lui, biasimassero l’ignoranza economica del popolino che, tutto preso dalle sue vicende, la mano invisibile proprio non riesce a immaginarla. Sono i potenti quelli che più s’illudono circa il proprio potere. Il guaio del cancelliere Antonio Ferrer non sta nell’aver capito che «l’essere il pane a un prezzo giusto è per sé una cosa molto desiderabile» ma nell’aver pensato «che un suo ordine potesse bastare a produrla».




«Ministri, direttori generali, commissari, prefetti», ingiunge Einaudi, dovrebbero comprare una copia dei Promessi sposi e tenerla sul comodino. Così dovrebbero fare i parlamentari che, in questi giorni, votano su una legge «della concorrenza». Meglio sarebbe leggessero, magari sotto il titolo di «Elementi di politica» (capitolo sulla peste e sugli untori) «e di economia» (capitolo sulla carestia), Manzoni, «invece dei male avventurati elementi di scienza economica che si propinano oggi da insegnanti svogliati a scolari disattenti». Esortazione finita in nulla. Sarà che con le idee i potenti si regolano come Donna Prassede, «che ne aveva poche ma a quelle poche era molto affezionata» e alle «storte» in particolare.

Il Manzoni economista non tradisce mai il Manzoni romanziere. E a ben vedere i Promessi sposi, dalla prima all’ultima pagina, sono un antidoto formidabile alla mania dei complotti, all’idea che non ci sia sventura che non abbia un colpevole con nome e cognome, e alla simmetrica ambizione di risolvere ogni male «facendo una legge» («dove va a ficcarsi il diritto!»). Come se una cosa tanto complicata quale la realtà sociale, esito delle interazioni di milioni di individui, fosse un pezzo di pongo nelle mani di chi ci governa.

Al Manzoni non sarebbe spiaciuta la morale che dal suo capolavoro trasse Luigi Einaudi, ma ahinoi non le migliaia di professori di liceo che l’hanno insegnato. I politici «si decidano a levarsi fuori dei piedi per quanto si riferisce al commercio privato. Faccia il governo il suo mestiere ed i cittadini faranno il loro».


Altri Spunti su Politica ed economia in Alessandro Manzoni

Gli Atti del Convegno di Bergamo, Politica ed economia in Alessandro Manzoni, iniziano con la prolusione «attualizzante» di Umberto Colombo, Manzoni oggi (pp. 15-28), tesa sia a rettificare l’erronea immagine d’un Manzoni «conformista», sia ad evidenziarne gli incentivi fecondi per un ripensamento della società, della storia, dell’uomo. Se il Manzoni fu un «ribelle» incorreggibile, fu anche un «savio» – per esprimermi con l’antinomia di Ugo Dotti -; ed ha capito a fondo che la storia non è un processo astratto di forze autonome: è la dialettica di singole personalità oggettivamente strutturate, ciascuna delle quali, migliorandosi, «coopera alla riforma dell’intero corpo» (p. 23). Insieme, certo: ma in modo che i «tutti» non siano una «massa amorfa» irrazionale e devastatrice, ma una pluralità di spiriti pensanti «con la propria testa». Manzoni non insegna questo? Certo, lo insegna: basta studiarlo «per intero». È il costante invito di Umberto Colombo.

Enzo Noè Girardi, Manzoni: ideologie e ispirazione (pp. 29-34), con la sua abituale rigorosità logica ed espositiva fa il punto, chiaro e difficilmente contestabile, sui rapporti tra ideologia e poesia nel Manzoni e poi sul pensiero economico-politico. La questione sorge dal fatto che il romanziere ha eliminato nelle stesure definitive la riflessione sui provvedimenti di politica economica da adottare durante la carestia. L’espunzione non va attribuita alla presunta incompatibilità tra ideologia e arte e infatti anche nella stesura emendata l’ideologia liberista balza evidente nell’ironia sull’operato di Ferrer...

Nel documentato ed estensivo suo studio, Giorgio Bàrberi Squarotti, Bergamo e Venezia nell’opera manzoniana (pp. 45-68), sempre pronto a disincantare, come ha fatto il Manzoni, l’uomo contemporaneo dalle euforie storicistiche, offre le coordinate tecniche dell’ordinamento politico-economico nella Repubblica Veneziana, per far comprendere il Fermo e Lucia: là non manca la «possibilità di progresso e di incremento della ricchezza attraverso la collaborazione fra il capitale e il lavoro» (p. 47). Poi la seconda stesura ridimensiona questa «cuccagna». Perché? Forse perché il romanziere non crede più, tanto, al vantaggio di una economia «moderna», borghese e liberista? No: ci crede ancora. Ma attento, sembra dire a Renzo: non credere che, allora, sia «già il paradiso» (p. 56). Ed è la pura verità.

Addentrandosi nello specifico dell’aspetto politico-economico del romanzo, analizzato con scrupolosità, Simonetta Bartolozzi Batignani, Teoria e politica economica nel «Fermo e Lucia» e ne «I Promessi Sposi» (pp. 69-94), deduce che la «ricetta» manzoniana di aumentare la paga degli operai in tempo di carestia sottende l’idea di «partecipazionismo», dato che, nel presupposto di una recessione economica, è assurdo elevare i salari per «logica di mercato». Altrettanto, nella proposta manzoniana di creare nuovi posti di lavoro – suffragata del resto da Melchiorre Gioia – sarebbe forse suggerito il compito dello Stato di farsi carico dei disoccupati e dei meno abbienti. Ma perché ne I Promessi Sposi queste due misure economiche scompaiono, e resta soltanto quella del libero mercato – e quindi del libero prezzo – (oltre alla «elemosina»)? Le risposte avanzate son due. Una è tecnica: un salario elevato comprometterebbe ancor di più la già scarsa disponibilità dei beni sul mercato e aggraverebbe la possibilità d’acquisto da parte dei disoccupati. L’altra è generale: il modello economico manzoniano sarebbe quello «di un sistema produttivo in cui sia garantito a tutti un minimo vitale che può ottenersi, in conclusione, soltanto affidandosi alla saggezza provvidenziale delle leggi di mercato» (p. 87). Tutto sommato, quindi, la cultura economica del Manzoni è ancorata a quella «annonaria della fine del ‘700» (p. 92).


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